La nostra storia

La Bella Napoli riparte da 60

Gli americani arrivarono con i chewing gum, Alfredo d’Amore con la pizza. Giugno 1950, via San Felice ospita la prima pizzeria di Bologna, La Bella Napoli, al civico 56, al posto di un’osteria. Novità assoluta, che i bolognesi apprezzarono all’istante.

Passata di mano dopo mezzo secolo, nel 2001, il nuovo e giovane gestore, Salvatore Marrazzo (tutto a trazione familiare, con moglie, e sorella) ha deciso di ristrutturare i locali, mantenendo il marchio di fabbrica degli arredi e l’insegna «d’Amore».

Ma La Bella Napoli non è una delle tante pizzerie, è «la prima». La ventata di novità, in una città ancora martoriata dalle bombe e dalla fame, la portò «il maresciallo» Alfredo d’Amore, napoletano sbarcato in congedo dai carabinieri qualche anno prima a Bologna, dove fece anche il vigile e il bidello. Nell’impresa, anche la moglie Gaetana, magliaia, e i cinque figli, Franco, Silvana, Alfredo, Tina e Rita. Il successo arrivò quasi subito, grazie a quell’impasto segreto studiato da Alfredo a Napoli: acqua, farina, sale, lievito e... Le «palline» le confezionava la mamma Gaetana, «e a quel punto anche noi figli dovevamo uscire dalla cucina», ricorda Rita d’Amore. Pizza normale 50 lire, gigante 75. Presto si optò solo per la «piccola», quella attuale. «Ce ne stavano di più nel forno, cuocevano prima e a tavola non si raffreddavano come quelle enormi».

Negli anni 80 d’Amore, dopo aver aperto una seconda saletta, compra anche i muri. «Siamo una grande famiglia», ripete ora Marrazzo, che per un anno è stato affiancato dai d’Amore. «Adesso è mia moglie a preparare le ‘palline’». 400 al giorno, 600 nel week end.

Per festeggiare i primi 60 anni dal 2010 la Bella Napoli si presenta rinnovata: muri con mattoni a vista, stessi quadri ma restaurati, una cantinetta per i vini, uno spazio salumeria-osteria, servizi e attrezzature rinnovati e una terza sala, "la tavernetta" disponibile anche per feste private e meeting di lavoro in ambiente riservato. La pizza però è sempre quella. Quella di d’Amore, del primo dopoguerra. Unica.

Fernando Pellerano, 3 Novembre 2009